Il derby a Cinquestelle e gli “schizzi” su Callipo

L'autocandidatura di Dalila Nesci alla presidenza della Regione ferma al palo. Tutto porta invece all'investitura (asse M5S-Pd) nei confronti del noto imprenditore del tonno, già candidatosi nel 2010 e 3 anni fa tirato in ballo nei verbali da un pentito prima di un definitivo chiarimento della Dda

Che la palla sarebbe passata tra i “piedi” dei Cinquestelle di Calabria Dalila Nesci, deputata del comprensorio del Vibonese con il pallino della sanità, non ha fatto mistero d’averlo intuito tra i primi. «Sono disponibile a candidarmi alla presidenza della Regione» la sua uscita mediatica di qualche giorno fa. Prefigurando una specie di “sacrificio” in nome e per conto della sua terra e non già del numero della delegazione parlamentare grillina che per la prossima legislatura si intravede più che decimata. Come una pietra piastrellata in uno stagno l’autocandidatura della deputata vibonese, nota anche alle cronache per il famigerato “caso Scaffidi” che ha impegnato l’ex ministro Grillo per ore alla Camera, finisce solo per girare onde d’acqua su se stesse. Nessuno dà corpo e seguito alla sua “disponibilità”, tantomeno il Pd che ai suoi massimi livelli si sente già appagato se potrà esibire il simbolo in Calabria, figurarsi esprimere un candidato alla presidenza. Della serie, uno vale l’altro per il Nazareno purché lo scelga Cinquestelle e purché, ovviamente, non tocchi a noi. Ma dal versante “grillino” del comparto mediatico e politico nulla di nulla. A Nesci non dà sponda nessuno e anzi inizia a circolare con sistema di evidenza pubblica quello a cui si stava già lavorando sottotraccia, l’imprendirore Pippo Callipo candidato alla presidenza della Regione. In quota “giallorossa” e anzi più “gialla” che “rossa”, se non solo grillina del tutto in considerazione delle storiche bordate del “re del tonno” sparate negli anni proprio contro il potere partitocratico del Pd inteso in ogni sua diramazione. Callipo candidato civico a saldare le timidezze del Pd e il regolamento di conti tutto interno ai Cinquestelle. Con in più, come valore aggiunto, il livello e il valore imprenditoriale del personaggio (già candidato alla presidenza nel 2010 finito poi terzo dietro Scopelliti e Loiero). Si tratta, si trama in queste ore ma i bene informati sono ottimisti a proposito dell’investitura definitiva del patron della più famosa azienda alimentare calabrese. Ma non per questo la tensione sotto il livello dell’acqua, per restare nel perimetro dei “tonni”, va scemando. Tutt’altro. Con Nesci che quotata per un posto da sottosegretario alla Salute (poi non s’è fatto nulla) e resasi successivamente disponibile per la corsa alla presidenza della Regione riceve solo e soltanto silenzi e spalle che si stringono. Nel mentre, nel variegato mondo iper social che si affaccia apparentemente senza volto e senza colore ogni giorno, riemergono anche recenti verbali di pentiti che (senza mai aver ottenuto alcun riscontro e anzi solo secche smentite) tirano in ballo proprio Pippo Callipo alle prese con un presunto rapporto da “estorto” a “protetto” in riferimento al potente clan Mancuso di Limbadi. Da qui alle dichiarazioni di Andrea Mantella, rese il 27 maggio del 2016, è un salto. «Per quanto io ne sappia – ha imposto su carta ai magistrati – alle origini l’imprenditore Filippo Callipo era molto vicino a Luigi Mancuso; questo lo so perché, in un periodo in cui avevamo le mani su Pizzo, sapevamo che non lo potevamo toccare perché era protetto da Luigi Mancuso; mi riferisco agli anni Novanta, poi quando abbiamo fatto la scissione con l’appoggio di Vallelunga Damiano, i Mancuso hanno perso una certa parte di potere, perché una parte di cosche satellite si sono allontanate, per cui nei primi anni Duemila i Bonavota hanno ritenuto possibile, in accordo con gli Anello, fare l’estorsione a Callipo». A fare però subito chiarezza ci hanno però pensato gli stessi magistrati della Dda, che evidenziano come «non siamo emersi elementi utili a dimostrare quanto affermato dai Bonavota al Mantella circa la originaria “vicinanza” dell’imprenditore Callipo ai Mancuso, versosimilmente da intendersi nel senso di “vittima” che “pagava” a quella cosca, per cui, per questa ragione, non poteva essere “toccato”». Schizzi di fango che ci ha pensato la stessa Dda a ripulire. E a disegnare, semmai, solo il ruolo da “vittima” di Pippo Callipo. Abituato negli anni ai colpi bassi e alle intimidazioni, salvo rialzarsi sempre espandendo la sua griffe in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

I.T.