‘Ndrangheta e poteri deviati, Bonfà va da De Raho

Dopo l'ennesima archiviazione l'imprenditore reggino si è rivolto direttamente alla procura distrettuale nazionale antimafia.

“In direzione ostinata e contraria”, la vita dell’imprenditore Bruno Bonfà potrebbe essere sintetizzata dal titolo dell’antologia del cantautore Fabrizio De Andrè.

La sua vita controcorrente per affermare un diritto: la libertà di coltivare le sue terre senza la paura della ‘ndrangheta ma, più di tutto senza che parte dello Stato gli remi contro.

La sua storia è nota. Dal 1991, quando il padre Stefano Bonfà è stato ucciso nell’agro di Caraffa del Bianco nel reggino, la sua vita è radicalmente cambiata. Da allora ha sempre dovuto lottare a denti stretti contro il malaffare e chi fiancheggiava i suoi “nemici”.  Coltivare la sua terra e portare avanti le coltivazioni di bergamotto e ulivi è sempre stato più difficile. La ‘ndrangheta locale ha sempre cercato di metterci le mani.

Nella stagione dei sequestri di persona, l’agro era in una posizione strategica per i passaggi dal centro all’Aspromonte, si trovava in una zona di passaggio e forse, il solo fatto di aver visto qualcosa che non doveva vedere (“Probabilmente nel 1991 – dirà Bruno Bonfà qualche anno dopo – mio padre vide una camionetta dell’Arma che trasportava un sequestrato. Una testimonianza fatale che pagò con la sua stessa vita) costò la vita a Bruno Bonfà.

Negli anni a seguire, la battaglia nel nome della verità portata avanti da Bruno Bonfà è sempre stata ostacolata dalla ‘ndrangheta con danneggiamenti, incendi, furti fino al libero pascolo delle vacche sacre.

I danni delle incursioni, spesso, sono state sottostimate “probabilmente – ha sempre sostenuto  Bonfà –  da forze dell’ordini compiacenti se non colluse con la ‘ndrina locale”.

A farne le spese l’azienda di famiglia che si è vista riconosciuta sì degli indennizzi da parte dello Stato ma non sufficienti a ripristinare i danni subiti.

Nonostante tutto e con un’azienda attiva appena al 30% Bonfà ha continuato a fare impresa esportando il suo bergamotto un po’ ovunque. Ma non basta.

La controffensiva della malavita locale si nutre anche del venticello caldo della calunnia.

Ed è così che sono iniziate a circolare le voci di un presunto interesse di Bonfà agli indennizzi dello Stato e che le denunce presentate “fossero strumentali e finalizzate ad ottenere i risarcimenti dello Stato” non solo che “i danneggiamenti alla colture fossero da imputare alla negligenza dello stesso imprenditore”.

Fortuna che Bonfà ha la scorta. Gli agenti hanno documentato fotograficamente la presenza delle vacche sacre e i danneggiamenti subiti.

Ma le parole e le insinuazioni sono pesanti come macigni e hanno condizionato anche le attività investigative.

Bonfà, ostinato come chi ha dalla sua la forza della ragione, ha sempre continuato a denunciare le malversazioni subite.

“Se mi lasciassero lavorare serenamente – ha sempre sostenuto l’imprenditore- le mie entrate sarebbero di gran lunga superiori al valore degli indennizzi stati che mi vengono riconosciuti”.

Più volte ha interrogato prefetture e procure su diverse incongruenze. Per Bruno Bonfà i sequestri di persona, l’uccisione del padre e le azioni messe in atto contro la sua azienda hanno un’unica matrice: la ‘ndrangheta. Che si muove non solo con il benestare di alcune forze dell’ordine locali bensì con l’aiuto esplicito.

Dichiarazioni difficili da provare. Se non fosse che Bonfà, nelle sue decine di denunce, ha sempre suggerito collegamenti e imbeccato gli inquirenti. Per l’imprenditore di Caraffa del Bianco basterebbe fare dei controlli incrociati sui conti finanziari personali o dei congiunti dei carabinieri in servizio in quella zona all’epoca dei sequestri di persona.

Collusione e omertà sono due muri invalicabili nella locride. Ecco perché Bonfà ha sempre chiesto a chi di competenza che le indagini siano condotte da forze dell’ordine estrane al territorio. Così da agire più serenamente e scevri da ogni condizionamento.

Ma anche questa richiesta è caduta nel vuoto.

Ora Bonfà dopo l’ennesima archiviazione di una sua denuncia ha deciso di rivolgersi al procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho.

Dopo mesi è riuscito ad avere udienza. E a breve, con molta probabilità, ci sarà un incontro.

Forse la direzione è quella giusta.