Il clan dei sequestri dietro le intimidazioni al re del bergamotto

Bonfà e le "vacche sacre" stavolta abbattute. Gli inquirenti: è la stessa cosca deviata dell'anonima sequestri. La stagione buia (e attuale) dei servizi poco segreti

Le “Vacche sacre” non fanno più paura a Bruno Bonfà. Nei giorni scorsi la prefettura di Reggio Calabria con l’ausilio della Questura e del un nucleo interforze ha inviato degli agenti nella proprietà dell’imprenditore agricolo, prima produttrice di bergamotto in Italia e ha identificato e catturato un gran numero dei bovini di mafia.
Da anni, più o meno, dal 1998 l’azienda è vittima delle vacche sacre abbandonate nei terreni dell’azienda agricola per fare razzia di colture e alberi.
L’imprenditore ha sempre denunciato l’accaduto ma non tutte le forze dell’ordine hanno dato ascolto alle sue denunce. Denunce a volte prese alla leggera, cadute nel dimenticatoio o addirittura usate per accusare lo stesso Bonfà di presunta “incuria”. Era dal 2010 che le forze dell’ordine non “mettevano mano” nell’azienda agricola per frenare il potere distruttivo delle “vacche sacre”. Finalmente, il vento sta cambiando. E quell’imposizione mafiosa di un certo ambiente di Africo si sta indebolendo. Ma la strada da fare è ancora tanta.
“Se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso. Si tratta di vivere il tempo che ci è dato vivere con tutte le sue difficoltà.” Questa frase di Aldo Moro potrebbe essere tranquillamente attribuita a Bruno Bonfà, che con caparbia e determinazione continua a portare avanti la sua battaglia per ristabilire la verità sull’uccisione del padre, avvenuta nel 1991. Una battaglia contro la ‘ndrangheta e le forze dell’ordine colluse che negli anni hanno ostacolato con atti omissivi persino la ricostruzione della sua azienda.
Per Bonfà c’è un unico filo conduttore tra i sequestri di persona nella Valle La Verde, il fenomeno delle vacche sacre e i rifiuti tossici interrati: la ‘ndrangheta “aiutata” da pezzi dello Stato. A pagarne il prezzo, i cittadini e gli imprenditori onesti.
La sua azienda dacché era situata in un punto nevralgico ai piedi dell’Aspromonte ai tempi dei sequestri di persona, oggi è diventata oggetto di appetito economico da parte della criminalità.
Solo così si spiegherebbe l’invasione di vacche sacre nei terreni aziendali finalizzata al rilevamento della società nel momento in cui dovesse andare in malora.
Ogni qual volta Bonfà avvistava “le vacche sacre” chiamava le forze dell’ordine. Fino al 2010 il Corpo forestale dello Stato aveva persino provveduto ad abbattere alcuni capi di bestiame. Poi più nulla. “Sono certo – dichiara l’imprenditore – che c’è stato un intervento “superiore” per bloccare la loro azione. Pertanto chiedo al procuratore nazionale antimafia di accertare se c’è stato un summit tra la ndrangheta di Africo e pezzi deviati dello Stato per impedire questi abbattimenti”. Da allora i danni ingenti arrecati dalle vacche sacre alle colture dell’azienda Bonfà sono stati ricondotti alla “presunta incuria” dell’imprenditore. Fortunatamente il Consiglio di Stato ha dato ragione a Bonfà.
Ma quanto è fitta la rete che legava la criminalità alle forze dell’ordine? Le denunce di Bonfà trovano riscontro nelle dichiarazioni dell’ex 007 Gero Grassi che lega ndrangheta e parastato anche nel caso dell’uccisione di Moro.
Alla domanda qual fosse stata la portata del ruolo della ‘ndrangheta e della mafia nel caso Moro, Gero Grassi ha risposto: “La ‘ndrangheta frequentava il bar Olivetti, riciclava armi giocattolo che poi diventano armi che sparavano. Ci sono delle intercettazioni telefoniche del tempo rispetto alle quali il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria e procuratore nazionale antimafia ha evidenziato in commissione che la ‘ndrangheta seguiva il caso Moro e partecipava – non sappiamo in che misura – alla vicenda. Ci sono ad esempio i viaggi sospettissimi, nei 55 giorni, di Moretti in Calabria e in Sicilia. La ‘ndrangheta, come la mafia e la camorra entrano nel caso Moro. Anche se non sono stati loro a organizzare il rapimento”.
Una cosa certa, dietro la morte di Alto Moro “ci sono anche – ha sottolineato Grassi – responsabilità di pezzi della magistratura italiana, pezzi delle forze dell’ordine, mentre la cupola maggiore è la P2, che poi è il governo di tutti questi fenomeni criminali”.
Così a Roma come a Reggio Calabria.