In fuga (precoce) per la vittoria. Ma la via di fuga non c’è

Ancora smottamenti in consiglio regionale e maggioranza ormai ad assetto variabile. Pd umiliato e “usato” come mezzo di trasporto. Però Oliverio dorme almeno su sei cuscini...

Non esiste tecnicamente la mozione di sfiducia in consiglio regionale. E ancora meno esiste un documento su cui votare, o non votare, la prosecuzione del governo stesso. Esiste la fiducia su di un singolo provvedimento ma poi se non c’è tocca sempre al governatore presentarsi dimissionario. Se votato anche in senso negativo un documento del genere avrebbe solo validità politica, ammesso che abbia ancora senso scomodare parole del genere. Altro senso non avrebbe perché la interruzione di Oliverio può deciderla solo Oliverio stesso. Nessun altro. Detta in altri termini l’aula e i suoi interpreti non godono di un “parlamentarismo”, di autonomia di gestione che sta sopra le sorti del governatore. Ma ci stanno di sotto, parecchio di sotto. Perché i calabresi hanno votato direttamente il presidente che stava scritto sopra ogni scheda che poi ha eletto i consiglieri. Destino inscindibile tra i due mondi.

Introduzione noiosa per farne “accomodare” un’altra da avanspettacolo. Ogni “ciclo mestruale” dei consiglieri che si stanno succedendo per dare un senso a sedute dell’aula che quando si tengono (e per sette volte non si sono tenute) non se ne accorge nessuno è da intendersi (ciclo mestruale) solo come pretattica. Talvolta tattica. Teatrino. Posizionamento sul “balcone” in attesa di alzare il prezzo. Per qualcuno, persino, una buona occasione per mandare la casacca nuova e con nuovi colori in lavanderia. È un gioco delle parti, basta fare il pieno di ipocrisia e si può procedere. Recita Oliverio quando minaccia di sfidare l’aula. Ribalta il tavolo perché gli viene gratis. Mente perché sa bene che vince due volte. La prima, nessun voto può mandarlo a casa automaticamente e cioè senza che poi lui lo voglia per davvero. La seconda, può anche darsi più efficace di quella di prima, nessuno ha voglia né condizioni socio economiche adeguate per tornarsene a casa. Azzardiamo, in pochi hanno un lavoro per poterselo permettere. Detta alla calabrese, alzi la mano chi immagina un consigliere regionale qualsiasi in grado di rinunciare di sua spontanea volontà a 18 mesi (almeno) di stipendio. Fantascienza allo stato puro e Oliverio questo, che è del mestiere, lo sa benissimo. È persino finta anche l’apertura della pseudo minoranza che con Orsomarso e Tallini sparge benzina sul fuoco ormai spento del Pd e poi apre al senso di responsabilità nei confronti dei banchi del governo. Il dato c’è tutto ma non è inedito, la cosiddetta maggioranza in consiglio è da un pezzo che ha cambiato motore, neanche colore. Le carte sono mischiate, e non da oggi, e si vive alla giornata al punto che Oliverio e Irto sanno benissimo dove poter trovare i voti di volta in volta. Quando serve davvero. Il resto, tutto il resto, è pantomima del potere che non c’è. E che non ha quasi più nessuno. Trasversalismo delle briciole in attesa di consumare l’ultimo (lungo) chilometro. Più o meno tutti profughi in attesa di un barcone sul quale ri-salire, il prossimo. Quello di prima, la maggior parte di loro, lo ha “usato” (in alcuni casi senza pagare il biglietto) per poi lasciarlo senza rimpianti. Reciproci rimpianti. Già, il Pd. “Cimitero” di questa fase a tre quarti di governo regionale. Fino a non molto tempo fa eden con musica da discoteca all’interno. Oggi serve persino a poco (perché è scontato) ridisegnare le inadempienze del capogruppo Romeo, secondo non pochi il “boia” di questa stagione del Pd in aula. Ma sarebbe ingeneroso finanche per lui non ammettere che neanche Togliatti avrebbe trattenuto i “buoi” con la musica del de profundis al partito su scala nazionale. È l’unica legge non scritta che governa le movenze dell’essere umano, non solo la politica. Il vento che perde non piace a nessuno, come si dice la sconfitta è orfana e lo è soprattutto quella che si immagina di evitare. L’addio al gruppo del Pd di Mimmo Bevacqua in questo senso fa persino pià notizia, retroattivamente, di quello di Guccione e Ciconte di oggi. Ex assessori e per questo con le attuenuanti eternamente generiche (del dente avvelenato). Francia o Spagna. E così siamo al (finto) Vietnam in consiglio regionale, con il clima da ultimo giro e da riposizionamento dei bagagli. Ma a casa non ci vuole né può tornarci nessuno. E si voterà a gennaio o a febbraio del 2020. Fra 18 mesi. Che sono lunghi e insidiosi, tra un’era geologica. Non è iniziato un po’ troppo presto il “mercante in fiera”? Non è che il gioco finisce per rafforzare chi e come e quando può decidere se tornare a casa?

 

 

I.T.