Appalti e interdittive antimafia: dal caso Ristorart a quello della De.Ri.Co

Enti pubblici spesso in affanno e raramente sulla stessa linea. Il mistero dell'eccessiva (e non aurotizzata ancorché rischiosa) discrezionalità. Se non interrompere il rapporto può aprire le porte della Dda anche per i pubblici amministratori

È da intendersi più o meno come un patto tra gentiluomini. Anche con risvolti “d’onore”. È un contratto, naturalmente, quello di fornitura da parte di aziende private a favore di enti pubblici. Un “do ut des” letteralmente inteso e quindi caratterizzato sostanzialmente da prestazioni da fornire a certe condizioni e in certi tempi e solo così intese, le forniture, poi sono auotrizzate a bussare alla cassa pubblica. Che è tenuta a pagare, senza se e senza ma. E tuttavia questo contratto, che nella negoziazione commerciale non è poi molto differente da un accordo tra contraenti qualsiasi, non nasconde affatto un punto di partenza, una genesi, che lo rende unico. Una “stratta di mano” tra gentiluomini. E la premessa che non possano sussistere in alcun modo condizioni di criminalità o mafiosità dalle parti del fornitore. Al di sopra di un appalto da 150mila euro questo poi, l’illibatezza del privato in materia di “mafiosità” nelle sue mire e movenze industriali e l’assenza di importanti carichi penali pendenti, diventa questione fondante. Preliminare. Non esiste il contratto senza una di queste condizioni “d’onore” nella stretta di mano metaforica tra contraente privato ed ente pubblico. Ed è tanto vero questo che in attesa dei documenti ufficiali di supporto il contratto può essere avviato lo stesso riservandosi, l’ente pubblico, di annullarlo o rivederlo se dovessero pervenire brutte notizie dagli uffici di polizia e dalle prefetture. Come le interdittive, appunto.

È in questo quadro d’insieme che si abbatte quasi ogni giorno, nella pubblica amministrazione calabrese, il “temporale” delle interdittive antimafia a carico di aziende medie e anche grandi che forniscono grosse prestazioni a beneficio degli enti. Dai Comuni alle società pubbliche partecipate, dalle agenzie regionali, alle Province e ovviamente fino ad arrivare alla Regione che è la principale delle stazioni appaltanti. Più si appalta e più piovono interdittive dalle nostre parti che spesso e volentieri non arrivano in avvio delle forniture ma in corso d’opera. E quando il “corso d’opera” ha a che fare con raccolta dei rifiuti, ristorazione di mense ospedaliere, forniture di servizi essenziali e difficili da ridisegnare in tempi brevi, sindaci e presidenti vanno in affanno. Al netto dell’onestà che non è negata a nessuno in partenza (diamo per scontato che i pubblici amministratori non abbiano interessi economici o criminali nel proseguire il rapporto con la ditta interdetta) l’incrocio resta viscido lo stesso. Un semaforo lampeggiante. Che fare? Che si può fare? Che si deve fare? Come è da intendersi la fornitura pubblica e contrattualizzata se sopraggiunge una interdittiva antimafia? Solo ieri, giusto per rimanere ancorati all’attualità, è stata investita in pieno la Ristorart Toscana srl, colpita da pesante e sospettosa interdittiva antimafia (la prefettura di Prato descrive nel provvedimento un ruolo sostanzialmente da prestanome della cosca Arena nell’appalto del Cara di Isola). Ristorart ha decine di contratti in essere e uno più importante dell’altro. Da quello per la ristorazione mensa della Cittadella regionale di Germaneto, chi non ricorda la pirotecnica inaugurazione con Oliverio e Capogreco. A quello di ristorazione mensa dell’ospedale Pugliese di Catanzaro. Forniture importanti, per non dire dell’impatto occupazionale. Come fai sbagli, diceva un vecchio detto. Ma come possono sbagliare di meno in casi del genere i pubblici amministratori? Interrompono il rapporto “d’onore” con la ditta e ne affrontano poi il ricorso amministrativo? Debbono farlo? Si fidano ancora delle sue prestazioni e del suo modo di operare? Possono fidarsi? “Giocano” sul fatto che la ditta fa ricorso contro il provvedimento della prefettura e si trincerano dietro l’attesa del Tar? E se invece non interrompono il rapporto rischiano di trascinare l’ente che guidano dentro il portone delle Dda (con loro stessi dentro ovviamente)? Certo è che se l’interdittiva è definitiva, il tutto si deve risolvere immediatamente. Alla lettera h delll’articolo 2 del codice antimafia è tutto chiaro. «Inoltre il provvedimento definitivo di applicazione della misura di prevenzione determina la decadenza di diritto dalle licenze, autorizzazioni, concessioni, iscrizioni, attestazioni, abilitazioni ed erogazioni predette, nonchè il divieto di concludere contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, di cottimo fiduciario e relativi subappalti e subcontratti, compresi i cottimi di qualsiasi tipo, i noli a caldo e le forniture con posa in opera».

Ma è sulla definizione di “provvedimento definitivo” che molte amministrazioni comunali “giocano” d’attesa. Ufficialmente per non rischiare la mazzata dei danni che la ditta gli chiederà se dovesse vincere il ricorso contro una interdittiva. Di fatto, però, molti traccheggiano, Palleggiano a centrocampo finché è possibile. Ma sono nel giusto e nel prudente se si comportano così? Possono continuare a far lavorare e quindi pagare una ditta che potrebbe ricevere una forma definitiva di interdittiva?

Una grossa mano in tal senso la può dare una sentenza del Consiglio di Stato dell’aprile di quest’anno. E che fa chiaramente riferimento al “patto d’onore” tra contraenti risalente alla stipula stessa del contratto. Chiamato a pronunciarsi sul ricorso di una società colpita da interdittiva antimafia il Consiglio di Stato in adunanza plenaria del 6 aprile del 2018 «ha colto l’occasione per un ulteriore approfondimento in ordine alla natura ed agli effetti dei provvedimenti assunti dalle prefetture nei confronti delle aziende collegate alle organizzazioni criminali». In particolare, il massimo organo della giustizia amministrativa, ha affermato che l’interdittiva antimafia «determina una particolare forma di incapacità, sia pure temporanea (in quanto un successivo provvedimento dell’autorità amministrativa competente potrebbe revocarla) che preclude all’azienda, ai sensi dell’art. 67, (co. 1, lett g) del Codice antimafia, la possibilità di accedere a tutti i contributi, finanziamenti e mutui agevolati ed altre erogazioni di questo tipo, comunque denominate, concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle comunità europee, per lo svolgimento di attività imprenditoriali». In tale ambito va ricondotta «ogni forma di esborso da parte dell’amministrazione, ivi incluse le somme dovute a titolo di risarcimento del danno patito in connesisone dell’attività di impresa, anche in caso di sentenza passata in giudicato». In altre parole, nelle more di una interdittiva antimafia (comunque soggetta a successivi organi di giudizio) una impresa non potrebbe più ricevere alcuna forma di pagamento da parte della pubblica amministrazione per una ragione molto semplice. L’interdittiva è ispirata dal principio della prevenzione a proposito dell’infiltrazione delle mafie nella pubblica amministrazione. In presenza di sospetti consolidati (e soggetti a ricorsi e gradi di giudizio) è come se venisse lanciato un allarme. E se ci fosse l’interesse delle cosche dentro la ragione sociale di questa azienda? In attesa di giudizi più o meno definitivi, il Consiglio di Stato, sentenza di aprile, sostiene che non è più opportuno pagare con soldi pubblici quel codice fiscale. Sia perché è venuto meno il “patto d’onore” iniziale, la condizione essenziale per la nascita del contratto stesso (l’illibatezza “promessa” e ora messa in discussione). Sia perché, nel frattempo, si rischia di finanziare le cosche con i soldi pubblici. I manuali classici in materia, compreso il codice antimafia e quello degli appalti, sono chiari sul seguito. Le opere realizzate sono da intendersi fornite e quindi debbono essere retribuite. Le opere future o nelle more del sopraggiungere dell’interdittiva antimafia, anche in presenza di contratto, sono soggette alla rescissione del contratto stesso.

E qui, in qualche modo, si entra nel campo inquietante del discrezionale. Dell’ognuno si regola come meglio crede. Il sindaco o il presidente affronta il rischio del ricorso dell’azienda e rescinde il contratto perché è venuto meno il punto iniziale (almeno momentaneamente) e cioè il rischio infiltrazioni mafiose? Teme invece il ricorso e attende altri gradi di giudizio? E se addirittura così facendo apre le porte del suo ente all’irruzione della Dda o delle commissioni d’accesso?

Per l’uno, o l’altro, o tutti gli esempi in materia la letteratura di Calabria è piena, anche di recente e senza dover scomodare gli archivi storici. Due o tre casi su tutti. A Lamezia l’ennesimo scioglimento del Comune, l’ultimo, si genera da cose più complesse e più serie ma un capitolo importante è dedicato alla non rescissione di un rapporto con un’azienda finita nel mirino di una interdittiva antimafia prima e della Dda poi. Ancora peggio va a Cassano, dove questa mancata interruzione del rapporto “pericoloso” con una ditta colpita da provvedimento prefettizio è risultata poi parte importante per l’arrivo della commissione d’accesso. Di segno opposto, e con sviluppi persino paradossali, il caso Cariati. Dove la De.Ri.Co srl lavora già nel 2013 di tre mesi in sei mesi per la raccolta dei rifiuti. Colpita da inteddittiva anrtimafia nel 2014 non si vede sbattere la porta del Comune e continua la sua raccolta, il municipio si “giustifica” con l’attesa dell’esito dei ricorsi. C’è un altro sindaco quando l’interdittiva ritorna all’attacco e con più forza dopo due anni e lì le porte si chiudono per forza. Arriva un’altra azienda a raccogliere i rifiuti, quella di prima fa ricorso lo stesso. A gennaio di quest’anno l’azienda interdetta viene colpita in pieno dall’inchiesta Stige della Dda di Catanzaro, con provvedimenti restrittivi per i protagonisti e alcuni dipendenti. Secondo il gip quella ditta avrebbe agito nella raccollta dei rifiuti per conto della cosca Farao di Cirò. A Cariati come in diversi altri Comuni. Se il sindaco (oggi coinvolto in un’altra inchiesta sempre sui rifiuti e che nasce in qualche modo, ma non solo, proprio da quella “cacciata”) li avesse lasciati ancora lavorare per i cassonetti del paese avrebbe trascinato il Comune tra le braccia della commissione d’accesso. E lui stesso, anzi lei, anzicché rispondere agli uffici di Castrovillari oggi avrebbe dovuto farlo a quelli della Dda di Catanzaro.

 

I.T.